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mercoledì 16 gennaio 2019
Napoli, 16/01/2019

Cosa è un paradosso?

Con conoscenza scolastica, un paradosso, dal greco παρά (contro) e δόξα (opinione), è, genericamente, la descrizione di un fatto che contraddice l'opinione comune o l'esperienza quotidiana, riuscendo perciò sorprendente, straordinaria o bizzarra; più precisamente, in senso logico-linguistico, indica sia un ragionamento che appare invalido, ma che deve essere accettato, sia un ragionamento che appare corretto, ma che porta a una contraddizione.



crocifissione, scena dal film  “Passion” di Mel Gibson, il più realistico mai realizzato, la cui proiezione ha causato delle conversioni
 
Il paradosso più eclatante della storia umana a cui possa pensare è il Cristo venuto per salvarci, per indicare una via di redenzione, di pace, di ri-umanizzazione di una società degradata come quella ebraica del suo tempo, dedita ad una visione del mondo piena di odio (ricordo che il sionismo, corrente sotterranea, politica, dell’ebraismo, anche se ad esso erroneamente assimilata, promana dal monte Sion la cui radice “senà” indica “odio universale” per chiunque non sia sionista), ci ha persino offerto il suo sangue per redimerci ed è stato appeso con tre chiodi, fino alla morte.



 
schiavo della propaganda, paria moderno
Noi ora viviamo schiacciati da un lavoro alienante (ovviamente, chi ha la “fortuna” di averlo), svolto in condizioni sfavorevoli (a parte quelli che hanno “altri” metodi per ricevere “favori”) ed anche chi, come me, vorrebbe contribuire al miglioramento (ed, a volte, ci riesce), viene trattato da paria.

Ma non ci sono solo dei paradossi semplici, a volte essi si incrociano, si complicano sovrapponendosi.

 
  
la cacciata dal consesso CTR

Ad esempio, io sto vivendo un rigetto da parte dei cosiddetti “fascisti dello zoccolo duro” (sono degli anziani signori che non producono da anni pensieri, parole, scritti né azioni in favore della società ma essi, addirittura, si autodefiniscono pomposamente “Cavalieri della Tavola Rotonda”) i quali mi hanno ghettizzato in un’assordante solitudine perché secondo loro non sono abbastanza “unitarista”, come se l’Italia fosse stata veramente unita in questi 159 anni che ci separano dal cosiddetto “risorgimento” che ha degradato il territorio che apparteneva al Regno delle Due Sicilie (terza potenza mondiale, dopo Inghilterra e Francia) a colonia interna di un’italietta che arranca in nona posizione dopo il Brasile (sic!).

E poi, ignoranti di tante cose, ma in particolare del signoraggio, in odio a me, hanno addirittura parlato male di Giacinto Auriti, loro che non sanno niente della sovranità popolare della moneta e che non valgono nemmeno la scheggia dell’unghia del dito mignolo del piede sinistro di Auriti…

duosiciliani allontanano il socialista nazionale
 
Ma il paradosso non si ferma qui: gli amici duosiciliani mi hanno allontanato dal Parlamento Due Sicilie – Parlamento del Sud perché mi sono presentato alle ultime elezioni con MS-FT quindi sono incompatibile con le istanze di autonomia del Sud-Meridione, due termini che non mi piacciono perché chi si trova tra il Garigliano ed il mare NON è sud né meridione di nessuno. Al limite, siamo Ausonia… Ed abbiamo anche gli strumenti giuridici per fare in poco tempo un’autonomia forte, che ci svincolerebbe sia dal debito pubblico sia dal signoraggio:

1)    Statuto del Regno delle Due Sicilie (1848, mai abrogato, in cui si recita “in mancanza del Re, per grave malattia o morte, il popolo ne prende il posto, attraverso i suoi rappresentanti regolarmente eletti”)

2)    Statuto speciale della regioni Sicilia (1948, in cui è prevista persino l’emissione di moneta locale, come ha fatto qualche tempo addietro la regione Sicilia, emettendo il “grano”, una delle suddivisioni del ducato delle due sicilie)

3)    Convenzione internazionale di New York (1966) sull’autodeterminazione dei popoli, per la quale una nazione che ha uno stato ed un territorio, deve aiutare le nazioni che essa ospita sul proprio territorio a costituirsi in stato autonomo

4)    Legge 881/1977 con cui lo stato italiano ha aderito alla convenzione del 1966

Ma non ci sono ancora i duosiciliani con abbastanza attributi per impugnare con forza questi strumenti…


l’amico/a del cuore che ti volta le spalle

 

E, infine, ma non ultimo, l’amicizia negletta. Già, l’amicizia è una cosa difficile ma il paradosso dell’amicizia di un uomo con una donna, che ancora adesso sembra essere, in pieno inizio del terzo millennio, una cosa molto complicata da sostenere, può diventare una tragedia.

Lo ammetto: ho fatto un grande sbaglio.

Credevo che l’amico/a fosse qualcuno che puoi chiamare ad orari impossibili, che puoi assillare se ti senti depresso, a cui puoi confidare tutto di te, che puoi andare a trovare a casa senza avvisare, a cui puoi chiedere aiuto per qualunque cosa (anche se non può darti altro che qualche parola di conforto), che aiuti se puoi (anche se non ti viene chiesto) al meglio che riesci ad esprimere.

Credevo, quando mi sono sentito un po’ perso, di essere in credito (per essere stato, per anni, sempre disponibile ad aiutare) di una parola da vicino, di poter fare almeno una telefonata di pochi minuti, di poter inviare un messaggino, ma non è stato così.

Chi credevo amico/a mi ha sdegnosamente chiuso ogni contatto, trattandomi pure come fossi un pericoloso stalker, io che ho una grande considerazione della maggior parte degli altri (in particolare dell’altra metà del cielo), io che credevo questa persona un angelo caduto in terra ed ora questo/a dispensa attenzioni, sorrisi, baci e abbracci anche a personaggi scialbi, che magari hanno una cattiva opinione di ogni altro (in particolare delle donne) ed, addirittura, gli/le attribuiscono una pessima reputazione. Mi punisce col silenzio sdegnato, con una faccia scura, o con rimproveri aspri, anche brutte parole.

Ma va bene così: ogni mortificazione mi avvicina al povero Cristo, mi dà una dignità, una forza, una sicurezza che non credevo di poter raggiungere.

E poi devo arrendermi: quel che cade a terra raramente sarà un angelo bianco, ma può facilmente essere qualcosa di greve colore, maleodorante, insomma, uno/a strxxxo/a! 

Ma verrà il momento di ridere di tutti/e questi/e straccioni/e, ah! se verrà, e delle punizioni che Dio infliggerà loro, per mia soddisfazione, così prego ora per un sonno sereno, prima di addormentarmi…

Non so se qualcuno approverà, o mi toglierà il saluto, se qualcuno penserà che sono folle o malato, o ancora se utilizzerà queste strambe riflessioni per colpirmi peggio di quanto sia successo finora o per trovare una spiegazione ardita ai suoi stessi dubbi, m era una cosa che dovevo scrivere sul questo diario, che è rimasto il mio unico vero amico fedele, spassionato e disinteressato…

AlexFocus
domenica 19 novembre 2017


Napoli, 19/11/2017

Riproduco, con qualche lieve aggiustamento, un articolo comparso il 28 gennaio 2013 sul quotidiano Libero, reperibile all’indirizzo:

Lo faccio perché le amministrazioni comunarde e giacobine, che non sono in grado nemmeno di immaginare una di queste azioni, sono però in grado di distruggerle: il presidente della regione Campania, Vincenzo De Luca, ha definitvamente e senza preavviso abolito il contributo ex-OMNI (200 euro al mese) per le donne sole e con figli.
Che possa bruciare all’inferno come merita!

le 100 cose buone (opere) del fascismo, 28 Gennaio 2013

Troppo spesso si parla di Benito MUSSOLINI e di Fascismo solo in senso negativo, addirittura viene identificata questa parola come soppressione di ogni diritto e libertà eppure il 80% delle leggi e dei regolamenti anche in ambito contrattuale e salariale come tutela dei più deboli risalgono a quel periodo. Senza nulla togliere alle atrocità poi compiute con Adolf HITLER, ma giusto per informazione.

1.     Assicurazione invalidità e vecchiaia, R.D. 30 dicembre 1923, n. 3184
2.     Assicurazione contro la disoccupazione, R.D. 30 dicembre 1926 n. 3158
3.     Assistenza ospedaliera ai poveri, R.D. 30 dicembre 1923 n. 2841
4.     Tutela del lavoratore di donne e fanciulli, R.D 26 aprile 1923 n. 653
5.     Opera nazionale maternità ed infanzia (O.N.M.I.), R.D. 10 dicembre 1925 n. 2277
6.     Assistenza illegittimi e abbandonati o esposti, R.D. 8 maggio 1925, n. 798
7.     Assistenza obbligatoria contro la TBC, R.D. 27 ottobre 1927 n. 2055
8.     Esenzione tributaria per le famiglie numerose, R.D. 14 maggio 1928 n. 1312
9.     Assicurazione obbligatoria contro le malattie professionali, R.D. 13 maggio 1928 n. 928
10.           Opera nazionale orfani di guerra, R.D.26 luglio 1929 n.1397
11.           Istituto Nazionale della Previdenza Sociale (I.N.P.S.), R.D. 4 ottobre 1935 n. 1827
12.           Settimana lavorativa di 40 ore, R.D. 29 maggio 1937 n.1768
13.           Istituto Nazionale per l’Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro (I.N.A.I.L.), R.D. 23 marzo 1933, n. 264
14.           Istituzione del sindacalismo integrale con l’unione delle rappresentanze sindacali dei datori di lavoro (Confindustria e Confagricoltura); 1923
15.           Ente Comunale di Assistenza (E.C.A.), R.D. 3 giugno 1937, n. 817
16.           Assegni familiari, R.D. 17 giugno 1937, n. 1048
17.           I.N.A.M. (Istituto per l’Assistenza di Malattia ai Lavoratori), R.D. 11 gennaio 1943, n.138
18.           Istituto Autonomo Case Popolari (I.A.C.P.)
19.           Istituto Nazionale Case Impiegati Statali (I.N.C.I.S.)
20.           Riforma della scuole “Giovanni GENTILE” del maggio 1923 (l’ultima era del 1859)
21.           Opera Nazionale Dopolavoro (nel 1935 disponeva di 771 cinema, 1227 teatri, 2066 filodrammatiche, 2130 orchestre, 3787 bande, 1032 associazioni professionali e culturali, 6427 biblioteche, 994 scuole corali, 11159 sezioni sportive, 4427 di sport agonistico.). I comunisti la chiamarono Casa del Popolo
22.           Guerra alla Mafia e alla Massoneria (vedi “Prefetto di ferro” Cesare Mori)
23.           Carta del lavoro Giuseppe BOTTAI del 21 aprile 1927
24.           Lotta contro l’analfabetismo: eravamo tra i primi in Europa, ma dal 1923 al 1936 siamo passati dai 3.981.000 a 5.187.000 alunni – studenti medi da 326.604 a 674.546 – universitari da 43.235 a 71.512
25.           Fondò il doposcuola per il completamento degli alunni
26.           Istituì l’educazione fisica obbligatoria nelle scuole
27.           Abolizione della schiavitù in Etiopia
28.           Lotta contro la malaria
29.           Colonie marine, montane e solari
30.           Refezione scolastica
31.           Obbligo scolastico fino ai 14 anni
32.           Scuole professionali
33.           Magistratura del Lavoro
34.           Carta della Scuola Opere architettoniche e infrastrutture
35.           Bonifiche paludi Pontine, Emilia, Sardegna, Bassa Padana, Coltano, Maremma Toscana, Sele ed appoderamento[=divisione in poderi] del latifondo siciliano. Con la fondazione delle città di Littoria, Sabaudia, Aprilia, Pomezia, Guidonia, Carbonia, Fertilia, Segezia, Alberese, Mussolinia (oggi Alborea), Tirrenia, Tor Viscosa, Arsia e Pozzo Littorio e di 64 borghi rurali, 1933 – 1939
36.           Parchi nazionali del Gran Paradiso, dello Stelvio, dell’Abruzzo e del Circeo
37.           Centrali Idroelettriche ed elettrificazione delle linee Ferroviarie
38.           Roma: Viale della Conciliazione
39.           Progetto della Metropolitana di Roma
40.           Tutela paesaggistica ed idrologica
41.           Impianti di illuminazione elettrica nelle città
42.           Prosciugamento del Lago di Nemi (1931) per riportare alla luce navi romane
43.           Creazione degli osservatori di Trieste, Genova, Merate, Brera, Campo Imperatore
44.           Palazzo della Previdenza Sociale in ogni capoluogo di Provincia
45.           Fondazione di 16 nuove Province
46.           Creazione dello Stadio dei Marmi (di fronte allo stadio si trova ancora un enorme obelisco con scritto “Mussolini Dux”)
47.           Creazione quartiere dell’EUR [Esposizione Universale di Roma]
48.           Ideazione dello stile architettonico “Impero”, ancora visibile nei palazzi pubblici delle città più grandi
49.           Creazione del Centro sperimentale di Guidonia (ex Montecelio), dotata del più importante laboratorio di galleria del vento di allora (distrutto nel 1944 dalle truppe tedesche che abbandonavano Roma)
50.           Costruzione di numerose dighe
51.           Fondò l’istituto delle ricerche, profondo stimatore di Guglielmo MARCONI che mise a capo dello stesso istituto grazie alla sua grandiosa invenzione della radio e dei primi esperimenti del radar, non finiti a causa della sua morte
52.           Costruzione di molte università tra cui la Città Universitaria di ROMA
53.           Inaugurazione della Stazione Centrale di Milano nel 1931 e della Stazione di Santa Maria Novella di Firenze
54.           Costruzione del palazzo della Farnesina di Roma, sede del Ministero degli Affari Esteri
55.           Opere eseguite in Etiopia: 60.000 operai nazionali e 160.000 indigeni srotolarono sul territorio più di 5.000 km di strade asfaltate e 1.400 km di piste camionabili. Avevano trasformato non solo Addis Abeba, ma anche oscuri villaggi in grandi centri abitati (Dessiè, Harar, Gondar, Dire, Daua). Alberghi, scuole, fognature, luce elettrica, ristoranti, collegamenti con altri centri dell’impero, telegrafo, telefono, porti, stazioni radio, aeroporti, financo cinematografi e teatri. Crearono nuovi mercati, numerose scuole per indigeni, e per gli indigeni crearono: tubercolosari, ospizi di ricovero per vecchi e inabili al lavoro, ospedali per la maternità e l’infanzia, lebbrosari. Quello di Selaclacà: oltre 700 posti letto e un grandioso istituto per studi e ricerche contro la lebbra. Crearono imprese di colonizzazione sotto forme di cooperative finanziate dallo stato, mulini, fabbriche di birra, manifatture di tabacchi, cementifici, oleifici, coltivando più di 75.000 ettari di terra.
56.           Sviluppo aeronautico, navale, cantieristico Opere politiche e diplomatiche
57.           Patti Lateranensi, 11/02/1929
58.           Tribunale del popolo
59.           Tribunale speciale
60.           Emanò il codice penale (1930), il codice di procedura penale (1933, sostituito nel 1989), il codice di procedura civile (1940), il codice della navigazione (1940), il codice civile (1942) e numerose altre disposizioni vigenti ancora oggi (il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, il Codice della Strada, le disposizioni relative a: polizia urbana, rurale, annonaria, edilizia, sanitaria, veterinaria, mortuaria, tributaria, demaniale e metrica)
61.           Conferenza di Losanna
62.           Conferenza di Locarno
63.           Conferenza di Stresa
64.           Patto a quattro
65.           Patto anti-Comintern Opere espansionistiche
66.           Riconquista della Libia
67.           Conquista dell’Etiopia
68.           Guerra di Spagna

Opere economiche e finanziarie
69.           Istituto di Ricostruzione Industriale (I.R.I.), 1932
70.           Istituto Mobiliare Italiano (I.M.I.), 1933
71.           Casse Rurali ed Artigiane, R.D. 26 agosto 1937, n. 1706
72.           Riforma bancaria: tra il 1936 e il 1938 la Banca d’Italia passò completamente in mano pubblica e il suo Governatore assunse il ruolo di Ispettore sull’esercizio del credito e la difesa del risparmio
73.           Socializzazione delle imprese. Legge della R.S.I. [Repubblica Sociale Italiana], 1944
74.           Parità aurea della lira
75.           Battaglia del grano
76.           1929: crisi finanziaria mondiale. Il mondo del capitalismo è nel caos: il Duce risponde con 37 miliardi di lavori pubblici e in 10 anni vengono costruite 11.000 nuove aule in 277 comuni, 6.000 case popolari che ospitano 215.000 persone, 3131 fabbricati economici popolari, 1.700 alloggi, 94 edifici pubblici, ricostruzione dei paesi terremotati, 6.400 case riparate, acquedotti, ospedali, 10 milioni di abitanti in 2493 comuni hanno avuto l’acqua assicurata, 4.500 km di sistemazione idrauliche e arginature, canale Navicelli; nel 1922 i bacini montani artificiali erano 54, nel 1932 erano arrivati a 184, aumentati 6 milioni e 663 mila k.w. e 17.000 km di linee elettriche; nel 1932 c’erano 2.048 km di ferrovie elettriche per un risparmio di 600.000 tonnellate di carbone; costruiti 6.000 km di strade statali, provinciali e comunali, 436 km di autostrade. Le prime autostrade in Italia furono la Milano-Laghi e la Serravalle-Genova (al casello di Serravalle Scrivia si trova una scultura commemorativa con scritto ancora “Anno di inizio lavori 1930, ultimato lavori 1933”)
77.           Salvò dalla bancarotta l’Ansaldo, il Banco di Roma e l’Ilva (1923-24)
78.           Attacco al latifondo siciliano
79.           Accordi commerciali con tutti gli Stati compreso l’Urss
80.           Pareggio di bilancio già dal 1924 Opere sportive e culturali
81.           Costruzione dell’Autodromo di Monza, 10/09/1923
82.           Fondazione di CINECITTA’
83.           Creazione dell’Ente Italiano Audizioni Radiofoniche (EIAR), anno 1927
84.           Primi esperimenti della televisione che risalgono all’anno 1929 per volere del Duce; nel dicembre del ’38 l’ufficio stampa dell’EIAR comunicò che nei primi mesi del ’39 sarebbero iniziati servizi regolari di televisione. Il 4 giugno 1939 alla Mostra del Leonardo ci furono alcune trasmissione sperimentali, sul Radiocorriere apparvero i programmi e persino le pubblicità di alcuni paleolitici apparecchi televisivi. Purtroppo il progetto venne abbandonato a causa dell’entrata in guerra
85.           Fondazione dell’istituto LUCE, anno 1925
86.           Istituzione della Mostra del Cinema di Venezia, prima manifestazione del genere al mondo, nata nel 1932 per opera del direttore dell’Istituto Luce, Luciano De FEO, e dell’ex ministro delle Finanze Giovanni VOLPI di MISURATA
87.           Creazione dell’albo dei giornalisti, anno 1928
88.           Nel 1933 appoggiò la prima trasvolata atlantica compiuta da Italo BALBO (tra l’altro, fu in quella occasione che venne inaugurata la “posta aerea”)
89.           Fondazione dell’Accademia d’Italia (Guglielmo MARCONI, Luigi PIRANDELLO, Pietro MASCAGNI, ecc.)
90.           Fondazione dei Littoriali della cultura e dell’arte Opere di utilità varie
91.           Istituzione del Registro per armi da fuoco
92.            Istituzione della GFS (Guardia Forestale di Stato)
93.            Istituzione dell’archivio statale, anno 1923
94.           Adesione dell’Italia alla FAO [Food and Agriculture Organization]
95.           Fondazione dei consorzi agrari
96.           Annessione della Guardia di Finanza nelle forze armate
97.           Istituzione di treni popolari per la domenica con il 70% di sconto, anno 1932
98.           Istituzione del Corpo dei Vigili del Fuoco.
99.           Ammodernamento del Pubblico Catasto urbano e dei terreni
100.      Mappatura di tutto il territorio nazionale compilando le mappe altimetriche usate ancora oggi, e che non sono mai state aggiornate da allora.

mercoledì 23 ottobre 2013


Napoli, 24/10/2013

Alcun tempo fa ho ricevuto il seguente documento che inquadra in modo non convenzionale la figura quasi mitologica del “Che” e ne fa un ardito parallelo con Mussolini, infatti al termine si trovano due immagini che sembrano quasi specchiarsi, nella loro epica, attuale, rivoluzionaria, universale ed atemporale validità.
AlexFocus

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CON IL “CHE”: SEMPRE E COMUNQUE

di Maurizio Barozzi

In questo articolo parliamo di Ernesto “Che” Guevara, esprimendo non solo ammirazione e onore per il combattente e il rivoluzionario, ma anche una solidarietà ideale e politica.
Come il socialista rivoluzionario Nicola Bombacci si ritrovò sul piano della rivoluzione socialista nazionale di Benito Mussolini e per la lotta del sangue contro l’oro, contribuendo alla edificazione della RSI, così ci ritroviamo noi sulla stessa barricata della rivoluzione socialista di Guevara e contro l’imperialismo americano. Questo ci spinge a dire che la rivoluzione fascista, approdata alla RSI e la rivoluzione di Guevara, pur partendo da presupposti ideologici diversi, possono, anzi devono, incontrarsi e non essere antitetiche.

“Ogni vero uomo deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato a qualunque altro uomo”. E. Guevara

“La nostra azione è tutta un grido di guerra contro l'imperialismo e un appello all'unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano: gli Stati Uniti d'America”. E. Guevara

Di fronte alla figura e persino alla effige del “Che”, divenuta leggenda e mito, non sono pochi i singoli o i gruppi politici che lo prendono a riferimento ideale o politico, ma tutta questa ostentazione risente di molta superficialità e strumentalizzazione e comunque sia è bene precisare che se non è molto appropriato stirare” Ernesto “Che” Guevara della Serna, medico, scrittore, idealista, ma anche organizzatore e soprattutto rivoluzionario, come comunista, in virtù dei suoi scritti e del suo operato rivoluzionario che si richiama al comunismo, perché rispetto alla visione classica, anche se eterogena, del comunismo storico e del bolscevismo, le differenze sono notevoli, ancor meno appropriato e corretto è tirarlo verso “destra” (valorizzandone l’idealismo delle sue eroiche attitudini di combattente e ignorando il suo solidarismo umano e socialista).

Come vedremo è invece possibile, non una identificazione ideologica totale, ma una
assimilazione ideale e politica con il fascismo repubblicano, realizzatore della Repubblica Sociale Italiana e una comunanza di lotta contro l’imperialismo americano e le plutocrazie internazionali. Non a caso, infatti, in apertura, abbiamo citato Nicola Bombacci. Ma ne riparleremo più avanti.
Cominciamo con il dire che Guevara resta un grande rivoluzionario, con peculiarità e
ideali propri che si sostanziano anche nel marxismo leninismo, ma non solo.
E questo, in un certo senso, vale anche per Fidel Castro, nonostante che Castro, per il
suo ruolo di capo di Stato di una piccola nazione esposta alle mire statunitensi, dovette appoggiarsi ai sovietici, recitando un certo ruolo e mitigando le posizioni rivoluzionarie più estreme. Non a caso molti scritti di Guevara fortemente avversi all’Urss e al cosiddetto “socialismo reale” rimasero a Cuba inediti se non occultati, fino agli anni ’90.

Oltretutto, nel suo lungo iter di capo di Stato, Castro ha dovuto rinunciare, trasformare o adattare molti originari progetti determinando anche alcuni dissidi con il “Che”, che seppur non indifferenti, non trascesero mai oltre un certo limite.
Guevara aveva una concezione della “verità”, per la quale essa è sempre rivoluzionaria, mentre per Castro è subordinata alla politica e alla possibilità o meno di dirla. Egli inoltre aveva ben percepito le contraddizioni e i limiti dei “paesi socialisti” e vari suoi scritti critici sull’URSS, che potevano pregiudicare i rapporti di Cuba con quella nazione, restarono per molto tempo inediti.

Il “comunista” Guevara

Che Ernesto Guevara avesse una visione socialista della società è indubbio (in particolare il voler togliere potere al privato e passarlo al pubblico, assicurando così il bene di tutti, proprio come l’aveva sempre avuta Mussolini) e inoltre egli concepiva la realizzazione del socialismo attraverso la prassi rivoluzionaria del marxismo leninismo, al quale però dava una valutazione tutta sua.
Resta comunque difficile inquadrare il pensiero e la prassi rivoluzionaria di Guevara rispetto alla ideologia del comunismo e alla sua storia, anche a causa delle profonde differenze che si riscontrano nelle varie interpretazioni del marxismo leninismo e nelle stesse realizzazioni pratiche che si sono avute nei paesi dove il comunismo è stato imposto dall’esterno o si è affermato con la rivoluzione e poi magari si è evoluto e trasformato in qualche cosa di diverso (per esempio dal bolscevismo di Lenin allo stalinismo, per non parlare della Cina di Mao o delle tante involuzioni nel riformismo).

Alquanto sostenute, all’interno dell’area comunista o comunque di sinistra, le polemiche sul considerare Guevara un comunista o meno.
Tra queste restano significative le osservazioni e le valutazioni di Antonio Moscato
insegnante di Storia del Movimento operaio, Storia contemporanea e Storia dei
paesi afroasiatici presso l’Università di Lecce, decisamente propenso a considerare
Guevara un comunista, e all’opposto, invece, quelle di Giovanni Scuderi, segretario
generale del Partito comunista marxista leninista italiano da lui fondato, che distrugge spietatamente la tesi di un Guevara comunista. Ne citeremo appresso alcuni stralci delle loro tesi, ma rimandiamo alla loro lettura, reperibile on line, del testo integrale.

Noi da spettatori esterni a queste polemiche, non possiamo che rilevare, intanto, la
solita interminabile diatriba sulla vera interpretazione del comunismo, un bizantinismo che spesso raggiunge il livello di una discussione sul sesso degli angeli, e poi il fatto che Guevara, a prescindere da come lo si voglia interpretare, mostra nel corso della sua vita, attraverso la propria esperienza, un continuo adattamento pratico e intellettuale delle sue idee, un percorso questo comune ad altri rivoluzionari marxisti, compreso il Mussolini del 1914.
Comunque sia Guevara non è un Lev Trotski, una Rosa Luxemburg e neppure un
Bèla Kuhn, ma forse possiamo definirlo un compendio del tutto particolare e in
continua evoluzione di Carl Marx, Lenin, Mao Tse-Dong , Juan Peron, José Martì, Castro, e dei vari fermenti politici, sindacali e rivoluzionari, con tutte le loro contraddizioni tipiche di quel magma agitatorio dell’America latina. Forse anche una certa influenza da Trotsky, è possibile in un rivoluzionario a tutto campo come Guevara.

Il comunismo a Cuba, come partito, grosso modo affondava le sue radici nel Partito
Rivoluzionario Cubano, di José Martí (L'Avana, 1853 – Rio Cauto, 1895) e in un piccolo partito d'ispirazione marxista-leninista (riformista), creato nel 1925.
Ad aprile del 1961 Fidel Castro proclamò la Rivoluzione cubana di carattere socialista
e quindi, dall'unione delle forze rivoluzionarie che avevano combattuto contro Batista, vale a dire: il Movimento del 26 luglio, il Partito Socialista Popolare e il Direttorio Rivoluzionario 13 marzo, nascerà il Partito Unitario della Rivoluzione Socialista di Cuba.
Successivamente, almeno formalmente, il nome di questo partito venne cambiato dal Comitato Centrale in Partito Comunista di Cuba (che presentava riferimenti martiani e marxisti leninisti, ma non trozkisti), nell’ottobre del 1965.

A nostro avviso non è esagerato dire che Castro e soprattutto Guevara non sono pienamente assimilabili all’ideologia del comunismo e in questo ha ragione Scuderi, basta leggere tutto quello che costoro ci hanno lasciato e gli atti da essi compiuti, anche se spesso, per necessità geopolitiche e tattiche, hanno usato un certo linguaggio, per rendersene conto e non è un caso che scrittori marxisti, ogni volta che hanno sostenuto il contrario, hanno dovuto fare i salti mortali, ma senza riuscire a documentare adeguatamente, a di là di dettagli e di una certa fraseologia, questo comunismo di Guevara.

Non basta, per esempio, per definirlo un “comunista”, ricordare, anche se qui giustamente, che Guevara non è stato solo un “idealista”, ma anche un politico e un organizzatore (prassi leninista) come si evince da un suo noto discorso ai giovani: «Molte grandi iniziative sono fallite, sono cadute nell'oblio per la mancanza del necessario apporto organizzativo, per sostenerle e portarle a buon fine (…) se non c'è l'organizzazione le idee dopo il primo impulso vanno perdendo efficacia, cadono nella routine, nel conformismo e finiscono per essere semplici ricordi.»
Scorrendo anche vari altri enunciati e riflessioni del “Che”, che si cerca di spacciare come espressione di una ideologia comunista, ci accorgiamo che invece non necessariamente si devono inquadrare in una visione comunista, né tanto meno nella idolatria comunista nel partito, ma rispecchiano più che altro l”idealista”:

·         O siamo capaci di sconfiggere le idee contrarie con la discussione, o dobbiamo lasciarle esprimere. Non è possibile sconfiggere le idee con la forza, perché questo blocca il libero sviluppo dell'intelligenza.

·         E' sempre invincibile un popolo che abbia chiara coscienza delle proprie forze e in mano le armi per difendersi; restando uniti al governo, questa è la nostra lezione più grande da dare al mondo.

·         Contro l'Imperialismo sempre!!! L'imperialismo non può mutare è per sua natura aggressivo, anarchico, contraddittorio e perfino incoerente. Ma deve cercare nuove vie per trovare il modo di sopravvivere. Sta provando tutte le manovre, mentre cammina sull'orlo di una guerra mondiale, che segnerà la sua definitiva scomparsa.

·         Abbiamo imparato con la rivoluzione, che quando in Cile, Argentina, Cuba, Vietnam, in qualsiasi altro Paese del Mondo, vi è un uomo oppresso o ferito, in quel momento è intaccata la nostra dignità.

·         Sono Cubano e sono anche Argentino. Sono patriota dell'America Latina, di qualsiasi paese dell'America Latina, nel modo più assoluto, e qualora fosse necessario sarei disposto a dare la mia vita per la liberazione di qualsiasi paese Latino-Americano, senza chiedere niente a nessuno, senza approfittare di nessuno.

·         Nessuna persona nell'intero mondo può sentirsi libera se c'è una sola persona in catene.

·         Non siamo i depositari della verità, nè di tutta la sapienza del mondo, e dobbiamo imparare giorno per giorno, e nel momento in cui smetteremo di apprendere, o crederemo di sapere tutto, o avremo perso la capacità di capire il popolo e la sua gioventù, quello è il momento in cui avremo smesso di essere dei rivoluzionari.

·         Se io muoio, non piangere per me: fai quello che facevo io e continuerò a vivere in te.

·         Potrebbe accadere che in alcuni di questi giorni ci sia dato lasciare il nostro ultimo respiro, su qualsiasi terra di questa nostra America, tanto nostra perché innaffiata col nostro sangue. Cosa contano i pericoli e i sacrifici di un uomo o di un popolo, quando è in gioco il destino dell'intera umanità?

·         Vi chiedo di essere essenzialmente umani, ma così umani da avvicinarvi al meglio di ciò che è umano, purificare il meglio dell'uomo attraverso il lavoro, lo studio, l'esercizio della solidarietà continua con il popolo e con tutti i popoli del mondo".

·         Fino a quando il colore della pelle non sarà considerato come il colore degli occhi noi continueremo a lottare.

Il già citato Antonio Moscato (“Riscopriamo il Che sconosciuto
http://62.149.226.72/rifondazionepescara/?p=1336 ), nel tentativo di trovare in
Guevara il comunista, anche nelle sue critiche al sistema sovietico (<<un originale
“riscopritore” del marxismo, capace di prevedere e intuire le ragioni di un possibile
crollo del sistema “socialista” che pure, al tempo suo, appariva nel pieno della sua
potenza>>, già nei termini adoperati: “riscopritore originale”, ne mostra
involontariamente invece tutta la problematicità, n.d.r. ).
Moscati, dopo aver studiato molti testi di Guevara, rimasti inediti a Cuba, e aver ritenuto che <<Guevara consigliava di fare con Lenin [cioè leggerlo, n.d.r.] , con cui pure aveva un disaccordo sulla Nep>>, ha selezionato molti passaggi del suo pensiero, tra tanti altri, egli cita i seguenti:

(Si parla dei kholchos nelle campagne che il Che pensa siano da considerare “presocialisti”)

<<Guevara osserva più volte che quanto è descritto nel Manuale è proprio dell'Urss e non del socialismo. Guevara è implacabile con tutte le formule vuote, come il «centralismo, uno dei miti largamente diffusi».

«Le ultime risoluzioni economiche dell'Urss somigliano a quelle adottate dalla Jugoslavia quando scelse la strada che l'avrebbe portata a un graduale ritorno al capitalismo. Il tempo dirà se si tratta di un incidente passeggero o se implica una decisa tendenza all'arretramento. Tutto parte dalla concezione erronea di cercare di costruire il socialismo con elementi di capitalismo, senza cambiarne effettivamente il senso. Per cui si perviene a un sistema ibrido che finisce in un vicolo cieco».

«Una delle pecche gravi del sistema sovietico» è che «gli incentivi morali sono dimenticati o marginali». Di fronte a un'affermazione trionfalista sulla Banca di Stato dell'Urss che sarebbe «la banca più potente del mondo» grazie alle filiali collocate nella capitali delle repubbliche sovietiche, dei territori e regioni, e in quasi tutti i distretti del paese, Guevara scrive maliziosamente:

«Possiede anche filiali a Londra e a Parigi (un poco mimetizzate). Ci si può chiedere se tutto ciò non influirà sui metodi e le concezioni della direzione sovietica, così come gli istituti creditizi di proprietà del partito argentino influiscono sulla sua linea di intervento politico».

Il paragone di Guevara con il Partito comunista della sua Argentina è interessante, e
spiega bene che la critica del Che alla maggior parte dei partiti comunisti latinoamericani non era solo ideologica o morale, ma partiva dalla consapevolezza del loro inserimento, subalterno, ma totalmente complice, nel sistema capitalistico.
Nel corso del grande dibattito economico del 1963-1964 (…) alcune raccomandazioni
[di Guevara] erano decisamente scomode: ad esempio puntare ad aumentare la produttività; lottare contro gli sprechi e il parassitismo, le assunzioni clientelari, il rigonfiamento degli organici indipendentemente da una valutazione rigorosa di costi
e ricavi:

«Dobbiamo funzionare meglio del capitalismo, se vogliamo batterlo».

L'ultimo Guevara aveva cominciato a riflettere anche sulla deformazione burocratica della rivoluzione. Ci sono alcuni articoli, un discorso franco ed autocritico alla gioventù algerina del giugno 1963 «un freno per l'azione rivoluzionaria», ma anche «un acido corrosivo che snatura [... ] l'economia, l'educazione, la cultura e i servizi pubblici».

Il non “comunista” Guevara

Del tutto all’opposto le valutazioni di Giovanni Scuderi (vedesi: Alcune riflessioni su un diversivo creato dai neo revisionisti e dai trotzkisti: “Dove porta la bandiera di Guevara”, http://www.pmli.it/Guevara.html, il quale comincia con l’osservare che:

<<Guevara nasce a Rosario, in Argentina, il 14 giugno 1928, da una famiglia borghese da cui riceve una formazione borghese che egli coltiva fin quando diventa adulto. A 25 anni è ancora seguace di Freud e della psicanalisi. Questa origine borghese e questa formazione borghese non l'abbandoneranno mai.
Nemmeno quando a 26 anni, in Guatemala, legge alcune opere di Marx, Lenin e Mao, e quando partecipa, due anni dopo, inizialmente come medico e poi come spalla di Castro, alla rivoluzione cubana. Pur gettandosi anima e corpo nella rivoluzione, e dando prova di abnegazione, di spirito di sacrificio, di coraggio e di disprezzo del pericolo, - sono questi gli aspetti che più colpiscono i giovani rivoluzionari che non hanno ancora maturato la coscienza di classe e marxistaleninista - egli però non riesce a trasformare la propria concezione del mondo e a rigettare l'individualismo, l'idealismo e l'avventurismo di cui era impregnato>>.

Nella costruzione del socialismo Guevara occupa posti e svolge funzioni di fondamentale importanza nelle relazioni estere, in campo militare e soprattutto sul fronte economico. Nel settembre del '59 viene nominato Capo del Dipartimento dell'industrializzazione dell'Istituto nazionale della riforma agraria, due mesi dopo diventa Presidente della Banca nazionale e nel febbraio del '61 è nominato ministro dell'industria. Anche in questa fase, egli continua a essere la spalla di Castro.
Ne riconosce apertamente l'autorità e la direzione. Ne condivide la politica interna ed estera.

Precisato questo, Scuderi, per sottolineare l’avventuriero e l’idealista, antitetico al rivoluzionario comunista marxista leninista, ricostruisce buona parte degli atti, delle iniziative e del pensiero di Guevara. Anche qui ne riportiamo alcuni stralci:

Il 1 aprile '65, prima di lasciare Cuba per l'impresa guerrigliera nel Congo (attuale
Zaire), Guevara scrive in una lettera ai suoi genitori:
Molti mi diranno un avventuriero, e lo sono; solo che di un tipo diverso, di quelli che rischiano la pelle per dimostrare le proprie verità''.

In un intervento all'Onu, nel dicembre '64, Guevara afferma: “La mia storia di rivoluzionario è breve: comincia realmente sul `Granma' (il battello su cui erano
imbarcati gli 82 rivoluzionari che vanno a liberare Cuba dalla dittatura di Fulgencio Batista, n.d.a.) e continua tuttora. Non ho mai appartenuto al partito comunista fino ad
oggi che sto a Cuba''.
E questo mentre aggiunge subito dopo: "Possiamo proclamare tutti di fronte a
questa assemblea che il marxismo-leninismo è la teoria politica della rivoluzione
cubana''.

Un anno dopo la vittoria della rivoluzione cubana, siamo esattamente al 28 gennaio
1960, Guevara lo esalta ancora così in un raduno di massa: “Martí era nato, aveva
sofferto ed era morto per l'ideale che noi adesso stiamo realizzando, e non solo:
Martí fu il mentore della nostra rivoluzione, l'uomo alla cui parola è stato sempre
necessario ricorrere per interpretare giustamente i fenomeni storici che stavamo
vivendo, l'uomo alla cui parola e al cui esempio bisognava rifarsi ogni volta che
nella nostra pratica si voleva dire o fare qualcosa di importante''.

Da queste parole risulta chiaramente che è Martí il suo modello di vita, il suo maestro ideologico e politico e il suo punto di riferimento programmatico, e non i grandi maestri del proletariato internazionale e l'esperienza storica della rivoluzione socialista e degli Stati socialisti.

Parlando dell'ideale del guerrigliero afferma: “Questo ideale è semplice, puro, senza grandi pretese e, in generale, non va molto lontano: ma è così tenace e chiaro che è possibile sacrificargli la propria vita senza esitare minimamente.
Per la quasi totalità dei contadini, è il diritto di avere un pezzo di terra propria da coltivare e di godere di un trattamento sociale giusto. Per gli operai, è avere un lavoro, ricevere un salario adeguato e anche lui un trattamento giusto. Fra gli studenti e fra i professionisti si trovano idee più astratte, come il significato della libertà per la quale combattono''.

Rileviamo [stiamo sempre riportando stralci dell’articolo di Scuderi, n.d.r.] che nel
pensiero e nell'opera di Guevara non c'è traccia degli insegnamenti del marxismoleninismo-pensiero di Mao. Lo dimostra anche il fatto che uno dei suoi primi viaggi all'estero, in rappresentanza del governo cubano, lo fa, nell'agosto '59, in Jugoslavia,
il primo Stato revisionista della storia, già in rotta di collisione con l'allora campo socialista, riportandone una buona impressione.
Sul piano concettuale, l'internazionalismo di Guevara è tutt'altro che proletario. Non a caso lo chiama “Internazionalismo rivoluzionario'' e non proletario nel comunicato n. 4 “al popolo boliviano'', che diffonde quando si trova in Bolivia.

La sua concezione internazionalista è umanitaria, ecumenica, interclassista, assolutamente estranea al marxismo-leninismo-pensiero di Mao, ed è mutuata da Martí. Lo dimostrano queste sue parole: “Dobbiamo praticare il vero internazionalismo proletario, sentire come un'offesa personale qualsiasi aggressione, qualsiasi offesa, qualsiasi azione che vada contro la dignità dell'uomo, contro la sua felicità in qualsiasi parte del mondo.
Dobbiamo tenere sempre alta la stessa bandiera di dignità umana che alzò il nostro
Martí, guida di molte generazioni, presente oggi con la sua freschezza di sempre nella realtà di Cuba: `ogni uomo vero deve sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato sulla guancia di qualsiasi uomo' (citazione di Martí, n.d.a.)>>.

In una famosa lettera alla Tricontinentale, Guevara scrive: <<…Le nostre aspirazioni, in sintesi, sono queste: distruzione dell'imperialismo mediante l'eliminazione del suo baluardo più potente: il dominio imperialista degli Stati Uniti d'America. Come obiettivi tattici assumiamo la liberazione graduale dei popoli, a uno a uno, o per gruppi, attirando il nemico in una lotta difficile fuori dal suo terreno, liquidando le sue basi di appoggio: i territori dipendenti.
Come potremmo guardare a un futuro luminoso e vicino se due, tre, molti Vietnam sbocciassero sulla superficie del globo, con le loro parti di morti e di immense tragedie, con il loro eroismo quotidiano, con i loro ripetuti colpi all'imperialismo, con l'obbligo, per esso, di disperdere le sue forze sotto l'urto del crescente odio dei popoli del mondo!>>

Mai prima di allora, ma anche successivamente, idealismo, soggettivismo, spontaneismo, volontarismo, avventurismo, fantasia e lirismo avevano pervaso in simile misura il cervello di un piccolo borghese rivoluzionario.

[Qui è d’obbligo una nostra osservazione: accuse simili, sia pure in un altro contesto, vennero spesso elevate dai marxisti a Mussolini per aver abbandonato il massimalismo marxista, uscendo dall’ortodossia, per il socialismo nazionale e la valorizzazione degli ideali combattentistici].

Nella stessa occasione [in sede della Tricontinentale, n.d.r.] contro l'evidenza dei fatti, arriva addirittura a mettere sullo stesso piano la Cina di Mao e l'Urss di Leonid Breznev causando un danno incalcolabile alla causa del socialismo.
Queste le sue parole veramente imperdonabili: <<Sono altrettanto colpevoli coloro (l'Urss, n.d.a.) che nel momento decisivo esitarono a fare del Vietnam una parte inviolabile del territorio socialista, correndo sì il rischio di una guerra mondiale, ma
obbligando a una decisione gli imperialisti Usa. E sono colpevoli coloro (la Cina, n.d.a.) che continuano una guerra di insulti e colpi di spillo, iniziata già da tempo dai rappresentanti delle due massime potenze del campo socialista.
Chiediamo, esigendo una risposta onesta: si trova o no isolato il Vietnam, in pericoloso equilibrio fra le due potenze in lotta?>>.

Nelle teorizzazioni di Guevara c'è poco posto per la classe operaia e per il partito della
classe operaia. Le sue attenzioni maggiori sono tutte rivolte all'uomo e all' “avanguardia guerrigliera'', non alla classe operaia e al suo partito. Come il papa e gli ideologi borghesi, egli incentra il suo discorso sull'uomo in generale, non curandosi della sua origine e collocazione di classe.

Guevara, in ultima analisi, parlando dell'uomo, secondo schemi umanitari borghesi, idealistici e non materialistici, in realtà parlava dei problemi dei piccoli borghesi e alludeva alle libertà democratico borghesi che voleva esistessero nel socialismo.
In verità a Guevara non andava proprio giù l'idea di assegnare al partito della classe operaia il ruolo dirigente della rivoluzione cubana. La concezione del Partito marxista-leninista non faceva parte del suo bagaglio culturale e della sua esperienza pratica. Il fatto che la rivoluzione cubana era stata fatta senza la direzione del partito della classe operaia gli era rimasto talmente impresso da convincerlo che tale partito non sia assolutamente necessario per la rivoluzione e che il suo ruolo possa essere assolto dall' “avanguardia guerrigliera''.

Guevara non aveva un'idea chiara e corretta della costruzione del socialismo. Anche in questo campo non tiene conto dell'esperienza storica del socialismo e della teoria marxista-leninista. Cosicché oscilla tra il revisionismo di destra e quello di “sinistra''.

L’utopia comunista

Fin qui abbiamo dato un parzialissimo sguardo alla diatriba sul “Guevara comunista” che divide i marxisti. A nostro avviso è una polemica e una discussione assurda che è falsata in partenza dal fatto che il Comunismo è una vera e propria utopia per la quale nelle persone più attente, più schiette ed ovviamente in buona fede, produce divergenze dottrinali e di prassi politica e non di rado (vedi Mussolini) li spinge a rotture traumatiche ed a perseguire altri sentieri.

Siamo certi che qualcosa di simile sarebbe accaduto anche a Guevara se non fosse morto prima, e i sintomi di questo scollamento, se non addirittura di un mai pieno allineamento al marxismo, sono emersi dagli stessi studi di matrice marxista.
Consideriamo allora anche la nomenklatura comunista, presente nella Repubblica cubana, che tanto spaventa il borghese e il destrista che ha paura che gli portano via la casa, la bottega, il crocefisso: ah quei cavalli dei Cosacchi che volevano venire ad abbeverarsi nella fontane di San Pietro (magari! Ci sarebbe da dire oggi, visto come siamo andati a finire, che società degli spettri e da “Grande Fratello” si è instaurata in Occidente e come abbiamo totalmente perso ogni residuo di sovranità nazionale).

La storia ci ha dimostrato che le nazioni che hanno conosciuto decenni di dittatura comunista, una volta imploso il comunismo, dileguatosi come una “brutta nottata”, hanno mostrato che il popolo, nonostante le violenze subite e la privazione delle libertà personali, è rimasto sostanzialmente integro, mentre invece dove è arrivato il “mondo libero”, l’americanismo, tutto è andato perduto: tradizioni, culture, peculiarità dei singoli popoli, tutto annientato dall’Occidente, il vero nemico dell’Uomo.

Questo perché il comunismo, nella sua accezione marxista leninista è una utopia, una
concezione impossibile per la natura umana. Può essere transitoriamente imposto con la forza, ma inevitabilmente la natura umana, il suo spirito, finiscono per prendersi la loro rivincita.
Ed infatti, nei paesi dove il comunismo è andato o è stato imposto al potere, una vera società comunista non si è mai riusciti a realizzarla e una volta collassato il sistema, del comunismo non restava più nulla.

Ma invece non è così per l’Occidente, il vero nemico dell’uomo, con il suo edonismo e
il suo iper individualismo che sono un killer spietato dello spirito dell’uomo.
Come disse un poeta sud coreano negli anni ’50: dopo sei mesi che erano arrivati questi americani in Corea, non riconoscevo più il mio popolo distrutto dal vizio, dalla corruzione, dalla Coca Cola. Figuratevi oggi noi, dopo quasi 70 anni di colonialismo americano, dove abbiamo addirittura perso la gioventù disintegrata dalle mode, dalle musiche, dagli stadi dalle discoteche, dai tatuaggi, dai piercing, dagli Ipood e tablet, e dai videogiochi. Per non parlare dell’altro “regalo” dell’Occidente: sballo e droghe.

E qui è doveroso far notare come fosse profondamente errata ed anche strumentale a certe strategie degli opposti estremismi, la tesi di certa destra che sosteneva che, in ogni caso, bisognava difendere il “mondo libero” rispetto al male peggiore che era il comunismo.
Tutto questo per far notare che quando si parla di comunismo e di comunisti e soprattutto di nazioni comuniste, non bisogna dar di matto, ma considerare anche tutto quello che abbiamo appena detto e rendersi anche conto quanto sia problematico dare la patente di “comunista” ad un uomo come Guevara.

Guevara rispetto al fascismo

Dopo aver strappato Cuba alla dittatura di Fulgencio Batista (l’uomo degli yankee e delle oligarchie parassitarie cui, è bene ricordare, non pochi destristi di vari paesi del mondo, a cominciare dal missista Ernesto Brivio, vantavano amicizia) che aveva ridotto quell’isola al tempio del vizio, della corruzione, riserva delle mafie statunitensi e con tutte le scarse ricchezze del paese nelle mani di pochi speculatori e latifondisti (mentre il popolo moriva di fame), Castro ha compiuto un vero miracolo geopolitico e sociale.

Qualche imbecille di destra o benpensante di questa società dei consumi, che è passato per Cuba, cieco di fronte alle conquiste sociali di Castro, ha notato che i cubani non hanno il frigorifero ultimo modello e che il paese è sottosviluppato, non rendendosi conto della situazione geopolitica, drammatica, di quel paese e del fatto che pur è stata garantita la sanità, l’istruzione ed addirittura un minimo di alimentazione a tutti, ma che soprattutto le conquiste di un popolo non si valutano solo in termini di “modernità” con quel che questo “sviluppo” comporta come sfruttamento e speculazione, ma soprattutto di distruzione dell’ambiente e alienazione della vita.

Orbene, la nazionalizzazione o il controllo delle imprese e dei servizi, la riforma agraria con la ridistribuzione delle terre ai contadini, le case per il popolo, l’istruzione per tutti, realizzate da Castro e dal “Che”, tra difficoltà indicibili e scarsezza di materiale umano residuo di una piccola colonia, sono anche state, ancor prima di Castro, un patrimonio sociale del fascismo repubblicano.
Il fascismo inoltre, nemico dell’individualismo, non solo ha profuso grandi impegni nello “stato sociale, ma ha anche sempre praticato il principio antiliberale, della “mutualità”, una mutualità messa al servizio del paese e del popolo per riequilibrare gli squilibri sociali tra le diverse aree geografiche.

Non molto di diverso, a parte le dimensioni, è stato fatto per Cuba.
Una concreta differenza, semmai, la si riscontra sul fatto che l’idealismo di Guevara è “internazionalista”, si badi bene, non in senso delle Internazionali comuniste, ma nel senso che Guevara nella lotta di liberazione dei popoli non fa differenze di razza e nazioni, mentre il fascismo propugna questa sua visione di liberazione e di socialismo nazionale nello specifico della propria etnia e nazione.

Sull’Internazionalismo del resto c’è una pregiudiziale di fondo che, a grandi linee, si può esprimere così: il contesto culturale di Guevara, per quanto poliedrico, parte comunque dalla premessa che l’Imperialismo è determinato dal processo produttivo controllato e in mano del capitalismo, il quale produce gli squilibri, lo sfruttamento e le necessità di praticare la “pirateria” internazionale ovvero dominio, aggressioni e guerre. Eliminando il capitalismo, realizzando il socialismo in tutto il mondo, non dovrebbero più esserci imperialismo e guerre.

Per il fascismo invece, questa è una utopia, perché l’imperialismo e la guerra non sono determinati solo dal capitalismo, ma sono insiti nella natura dell’uomo, nel suo archetipo immutabile dalla notte dei tempi. Le guerre ci saranno sempre, mentre la società idilliaca a livello mondiale non ci sarà mai. Ergo, ogni Stato, ogni cultura deve attrezzarsi e organizzarsi secondo le proprie peculiarità e tradizioni, realizzando i principi di giustizia sociale, del diritto e di elevazione del popolo dalle bassezze, soprattutto spirituali, della condizione umana.

Noi siamo certi, intuendolo dalle pieghe del pensiero e dell’azione di Guevara, che con il tempo, accomunate tutte le necessarie esperienze, il “Che” che era un uomo intelligente, idealista, in buona fede e non sottomettibile alle idolatrie del partito, quelle di bolscevica o staliniana memoria, sarebbe prima o poi arrivate alle stesse conclusioni.
Nel tentativo di negare ogni sia pure parziale assimilazione del pensiero di Guevara con il fascismo (attenzione, se per fascismo intendiamo quello che, dal dopoguerra ad oggi, hanno manifestato le destre neofasciste, ovvero una destra reazionaria e conservatrice, possiamo dargli piena ragione) alcuni intellettuali di sinistra hanno finito per mettere insieme quelle per loro sono delle esplicite antitesi tra Guevara e il fascismo (ad esempio vedesi: A. Moscato: “Ernesto Guevara un comunista”, http://mobile.ilmanifesto.it/attualita/notizie/mricN/1590/ ):

<<La vera incompatibilità tra i fascisti di qualunque genere e il Che nasce dalle caratteristiche essenziali del pensiero e dell’azione di Guevara.
Prima di tutto dal suo internazionalismo, al tempo stesso etico (sentire sulla propria guancia lo schiaffo dato in qualsiasi parte del mondo) e materialista (stabilire intese con altri paesi produttori di zucchero, per evitare di farsi la concorrenza).
Altrettanto lontano dal fascismo, anzi anti-fascista, il suo «dobbiamo saper essere duri senza perdere la tenerezza», che difendeva come inevitabili le misure di autodifesa di una rivoluzione uscita da una lotta feroce, ma vigilava contro i pericoli di involuzione autoritaria>>.

Ora, di tutte queste valutazioni messe insieme, come abbiamo visto, solo la prima regge alla verifica, ovvero quella di una visione “internazionalista” di Guevara, , ma tutto sommato non ci sembra motivo di una diversificazione netta e definitiva in quanto ogni visione della vita e del mondo deve poi sempre fare le verifiche con la realtà, con la condizione umana. E in questa verifica, Guevara e il fascismo repubblicano si sarebbero certamente incontrati, laddove la “lotta del sangue contro l’oro” sembra proprio accomunarli in una comune barricata.

La storia “etica” dello “schiaffo” è addirittura ridicola se si vuol negare, a prescindere, a un fascista la sensibilità verso le ingiustizie e le prepotenze e cosa dovremmo allora dire delle atrocità del bolscevismo e dello stalinismo? Va ad onore di Guevara averla esternata, ma non è di certo una prerogativa dei soli comunisti.

Per quel che è l’intento di stabilire intese economiche con gli altri paesi produttori dello zucchero è questo un concetto economico internazionale di mutualità e socialità, anticapitalista, ma lo si riscontra anche nella storia del fascismo, la sua lotta per l’autarchia e le plutocrazie e addirittura nel nazionalsocialismo se, per esempio, andiamo a considerare gli intenti della Germania di instaurare con gli altri paesi il “baratto” ovvero il pagamento di materie prime, non tramite l’oro e le banconote (gli strumenti della finanza speculatrice), ma con i prodotti finiti dell’industria, quindi con il lavoro, rendendo un vantaggio alle nazioni ricche di lavoro, ma povere di oro e di valuta e ai paesi produttori di materie prime, ricchi di queste materie, ma poveri di prodotti finiti.

Ed infine, sempre per considerare le “differenze” accennate da questi ambienti di sinistra, ci sarebbe da chiedere chi lo ha stabilito che un fascista non potrebbe “essere duro, senza perdere la tenerezza”?

Ma andiamo avanti. A sinistra si sostiene che per Guevara il militante comunista è: «un lavoratore instancabile, che, con abnegazione, pone al servizio della rivoluzione le sue ore di riposo, la sua tranquillità personale, la sua famiglia o la sua vita … deve essere sempre il più giusto (…). Non può essere un buon comunista colui che pensa alla rivoluzione solo quando arriva il momento del sacrificio, della battaglia, dell'avventura eroica, di ciò che esce dal volgare e dal quotidiano, mentre nel lavoro di ogni giorno è mediocre o peggio.»

Ebbene, cambiano le espressioni utilizzate, i termini di riferimento politici, il modo di porre le definizioni etiche e morali, ma non siamo poi così distanti dall’enunciato della “dottrina del fascismo” che recita:
«La vita quale la concepisce il fascista è seria, austera, religiosa: tutta librata in un mondo sorretto dalle forze morali e responsabili dello spirito. Il fascista disdegna la vita “comoda”».

Basterebbe considerare che il “vivere” religiosamente, non è dato dal fatto di professarsi o meno di una tal religione, ma dagli atti concreti, quotidiani di vita, quelli che si elevano dalle necessità, dalle meschinità e dagli interessi materiali dell’uomo; quotidianità di vita che è ancor più sensibile e pregna di impegni e doveri per chi si è consacrato alla “politica”, alla “rivoluzione”, ovvero per chi deve necessariamente essere di esempio agli altri con cui convive e che vuol convincere e chiamare alla lotta e magari al sacrificio della vita.

In definitiva, per un “ateo” o un “religioso”, la vera differenza non sta in ciò che uno razionalmente o per fede, crede o predica, ma nel suo comportamento quotidiano, essendo la propria dimensione spirituale racchiusa nell’equazione personale di ciascun individuo e nel modo con cui affronta la vita.
In termini storico – politici Guevara scrive che: «il merito di Marx risiede nell'aver prodotto di colpo nella storia del pensiero sociale un cambiamento qualitativo.
Non solo egli interpreta la storia, ne comprende la dinamica e ne prevede il futuro, ma oltre questo, che segnerebbe il limite del suo dovere scientifico, esprime un concetto rivoluzionario: non basta interpretare la natura, bisogna trasformarla.
L'uomo cessa di essere schiavo e strumento del mezzo e diventa architetto del proprio destino.

Anche in questo caso, vi è un apprezzamento sociologico e rivoluzionario che può essere più o meno condiviso, ma che per i fascisti non costituisce di certo uno scandalo ideologico, anche perché non tutti gli studi marxiani sono da buttare.
Considerandone gli atti e gli scritti ci accorgeremo che il comunismo di Guevara, al di là delle definizioni appunto utilizzate, ha poco a che vedere con i regimi bolscevichi o stalinisti, ma è costituito da alcune enunciazioni di principio che possono benissimo essere condivise dal fascismo repubblicano, socialista e rivoluzionario che, è sempre bene ricordarlo, costituì un momento di rottura epocale con il fascismo del ventennio e nulla ha a che vedere con il “neofascismo” dal dopoguerra in avanti.

In sostanza il “comunismo” di Guevara, di certo influenzato da Martì e anche dal peronismo, si esplicita in alcuni presupposti ideali che più o meno riguardano la lotta per la libertà e per l'eguaglianza dei popoli attraverso una rivoluzione, la nazionalizzazione dei mezzi di produzione (che poi nella sua attuazione pratica avrà delle eccezioni), l’elevazione morale e materiale del popolo. Per conseguire questi obiettivi Guevara ha sempre sostenuto l’importanza di una “avanguardia” di partito e la necessità della critica degli errori e l'autocritica, quali strumento di correzione e allo stesso tempo di crescita politica collettiva di un'organizzazione.

A nostro avviso non siamo poi così agli antipodi del fascismo, che si prefigge gli stessi obiettivi con la differenza di realizzarli attraverso le specificità e diversità dei singoli popoli e culture e non in un egualitarismo indistinto, inesistente in natura.
Ovviamente non sosteniamo che così come non vi è una piena assimilazione tra Guevara e l’ideologia comunista, ci possa invece essere una completa assimilazione con l’ideologia fascista, ma il semplice fatto che, molti programmi e progetti della rivoluzione cubana, attitudini rivoluzionarie di Guevara e la sua irriducibile lotta contro l’imperialismo americano, si pongono sullo stesso piano socialista e realizzativo del fascismo repubblicano della RSI e della lotta del fascismo contro le plutocrazie. Un po’ come è avvenuto con Nicola Bombacci, tra i fondatori del comunismo nel 1921 e tra i realizzatori, assieme a Mussolini, del programma sociale della RSI nel 1943 –’45.

La Repubblica Sociale Italiana

Per gli immemori e i distratti è quindi bene ricordare alcuni dei punti del Manifesto di Verona, voluti da Mussolini e patrimonio del Partito Fascista Repubblicano:
<< 
1) Sia convocata la Costituente, potere sovrano d'origine popolare, che dichiari la
decadenza della monarchia, condanni solennemente l'ultimo re traditore e fuggiasco, proclami la repubblica sociale e ne nomini il Capo.

3) La Costituzione repubblicana dovrà assicurare al cittadino - soldato, lavoratore e
contribuente - il diritto di controllo e di responsabile critica sugli atti della pubblica
amministrazione. Ogni cinque anni il cittadino sarà chiamato a pronunziarsi sulla
nomina del Capo della Repubblica.

4) La negativa esperienza elettorale già fatta dall'Italia e l'esperienza parzialmente
negativa di un metodo di nomina troppo rigidamente gerarchico contribuiscono entrambe ad una soluzione che concilii le opposte esigenze. Un sistema misto (ad esempio, elezione popolare dei rappresentanti alla Camera e nomina dei ministri per parte del Capo della Repubblica e del Governo e, nel Partito, elezione di Fascio salvo ratifica e nomina del Direttorio nazionale per parte del Duce) sembra il più consigliabile.

9) Base della Repubblica sociale e suo oggetto primario è il lavoro, manuale, tecnico, intellettuale, in ogni sua manifestazione.

11) Nell'economia nazionale tutto ciò che per dimensioni o funzioni esce dall'interesse singolo per entrare nell'interesse collettivo, appartiene alla sfera d'azione che è propria dello Stato…

12) In ogni azienda (industriale, privata, parastatale, statale) le rappresentanze dei tecnici e degli operai coopereranno intimamente - attraverso una conoscenza diretta della gestione - all'equa fissazione dei salari, nonchè all'equa ripartizione degli utili tra il fondo di riserva, il frutto al capitale azionario e la partecipazione agli utili per parte dei lavoratori…

13) Nell'agricoltura, l'iniziativa privata del proprietario trova il suo limite là dove l'iniziativa stessa viene a mancare .L'esproprio delle terre incolte e delle aziende mal gestite può portare alla lottizzazione fra braccianti da trasformare in coltivatori diretti, o alla costituzione di aziende cooperative, parasindacali o parastatali, a seconda delle varie esigenze dell'economia agricola…>>.

Questi sono i punti salienti del socialismo della RSI, ma non finiscono qui, perché poi ci sarebbe da parlare dei progetti di cooperative per la distribuzione di vestiario e alimenti, per i loro elementi indispensabile e primari e quelli per il settore immobiliare che doveva essere in grado di assicurare la casa al popolo, ecc. Il tutto poi, all’interno di una legislatura all’avanguardia del mondo per i settori della previdenza, della sanità e della costruzione di infrastrutture utili alla vita del popolo.
Come riferì Ermanno Amicucci, al tempo direttore del Corriere della Sera:
«Mussolini voleva che gli anglo americani e i monarchici trovassero il nord Italia socializzato, avviato a mete sociali molto spinte; voleva che gli operai decidessero nei confronti dei nuovi occupanti e degli antifascisti, le conquiste sociali raggiunte con la RSI».

La Repubblica di Cuba o Stato socialista dei lavoratori

Per quanto riguarda invece la Repubblica socialista di Cuba, dopo il trionfo della rivoluzione del 1 Gennaio 1959 seguirono, nell’anno stesso, forme miste di governo a cui parteciparono anche esponenti della borghesia non compromessi dai precedenti regimi. Fidel Castro, invece, ricoprirà la carica di Primo Ministro.
Sfumati poi, grazie all’intransigenza castrista i tentativi di far defluire le istanze rivoluzionarie della rivoluzione cubana, i ministri più conservatori e borghesi dovranno capitolare e molti fuggiranno in Florida.

Nell'ottobre del 1960 ci sarà la sacrosanta nazionalizzazione delle banche e delle imprese con più di 24 dipendenti, iniziative queste che provocheranno varie reazioni, ritorsioni ed embarghi americani e spingeranno Castro ad appoggiarsi ai sovietici. Dopo di chè Cuba potrà contare su un unico partner commerciale: i paesi socialisti (Cina, Urss ed Est Europa), rendendola da questi dipendenti.
A Novembre del 1959 vi è la creazione dell' "Instituto Nacional de Reforma Agraria" (INRA) che ha il fine di ricostruire l'economia cubana in senso socialista, annullare la produttività capitalista che era funzionale solo agli interessi della borghesia nazionale e straniera, e assicurare l'equa distribuzione di lavoro e compensi.

Ecco come uno studio appropriato riassume le riforme rivoluzionarie cubane:
<<Di fronte ad un panorama di industrie produttive, altre abbandonate dai proprietari emigrati all'estero con i capitali, altre ancora improduttive perché i padroni si erano arricchiti a spese dell'erario in quanto legati al regime di Batista, il Dipartimento Industriale nel 1960 unisce i fondi di tutte le fabbriche nazionalizzate (inizialmente solo quelle con più di 24 dipendenti) in un unico fondo centralizzato in cui i vari stabilimenti depositano i ricavi e ricevono i finanziamenti programmati in accordo ad un bilancio prefissato.
In tal modo si contribuisce al contenimento della disoccupazione e si permette alla
popolazione di continuare a ricevere i prodotti necessari anche in presenza di una temporanea non redditività di tutte le aziende. Il personale che risulta eccedente viene trasferito in altri settori produttivi, mentre i lavoratori per i quali non è possibile il trasferimento vengono creati corsi di qualificazione tecnica e culturale.
La Banca Nazionale é depositaria del fondo centralizzato, essa amministra il capitale finanziario (anch'esso nazionalizzato) e ad essa il Dipartimento Industriale invia copia dei bilanci delle unità produttive mentre le agenzie bancarie, da parte loro, non effettuano pagamenti superiori alle cifre stabilite nel bilancio generale. A guida della Banca Nazionale é "Che" Guevara in qualità di Presidente dal Novembre del 1959. Nel 1961 il 70% del settore industriale é nazionalizzato.

Riforma Agraria

L'1% dei proprietari terrieri cubani controllava quasi la metà di tutto il territorio
agricolo dell'isola. Le compagnie "American Sugar Refinig Company", "Vertientes y
Camaguey", "Francisco Sugar", "Atlantica del Golfo", "Cuban American Sugar", possedevano circa 2.684.000 ettari, di cui coltivavano meno della metà. Il salario
dei braccianti agricoli era di 50 centesimi al giorno!
I1 17 Maggio del 1959 la legge di Riforma Agraria sancisce l'attribuzione dei titoli di
proprietà a 150.000 contadini che si dividono tutte le proprietà superiori ai 400 ettari disintegrando una volta per tutte i latifondi e varando un progetto di istituzione di cooperative agricole sotto la direzione dell'Inra.
Nel 1961 una seconda Riforma Agraria riduce a 63 ettari il limite della proprietà
privata>>.

Altre riforme poi riguarderanno i trasporti, i servizi, la sanità (gratuita e a carico dello
Stato), ecc. e la necessaria opera di alfabetizzazione del popolo.
Parliamoci chiaro: molto di quello che ha fatto Castro, lo avremmo fatto anche noi fascisti se fossimo nati in quella piccola isola sfortunata, passata nel 1898 dal dominio ispanico a quello yankee, con una popolazione non molto numerosa (al tempo della rivoluzione di Castro, si contavano circa 6 milioni di abitanti) e con etnie eterogenee (i bianchi, in prevalenza di origini ispaniche, erano maggioritari, ma molto alta era la percentuale dei meticci e alquanto sostenuta quella dei neri ex Africa).

Molte quindi le similitudini ed ovviamente anche le differenze, tra la RSI e la Repubblica socialista di Cuba.
Similitudini e differenze che si riscontrano anche nel determinare le necessarie gerarchie nel partito e nello Stato, sia nel modo in cui le stava progettando e organizzando la Repubblica Sociale Italiana e sia come si cercò di attuarle nella repubblica laico socialista di Cuba, dove pur si recepirono alcuni principi tratti dalle categorie marxiane ed  hegheliane.

Ed entrambe queste due rivoluzioni, pur con i loro distingui, sono l’antitesi delle gerarchie e delle oligarchie, dei paesi democratici occidentali, determinate dal possesso del denaro, dalle manipolazioni e illusioni dell’elettorato.

Da notare, en passant, che nei paesi capitalisti, anche nelle stesse imprese, tempio del padronato, le gerarchie si determinano attraverso dei falsi valori. Tutto al più vi è la ricerca di abili tecnici e manager da porre al servizio della proprietà per mandare avanti l’Azienda (capacità meritocratiche), ma per il resto, nei posti di lavoro, si “fa carriera” attraverso il leccaculismo, la delazione al padrone, l’entrare nelle grazie dei superiori, il valutare tutto in termini di resa economica. Questo perché i proprietari dell’impresa, a parte una certa abilità tecnica e manageriale, hanno bisogno di schiavi totalmente asserviti.

La concezione delle “Gerarchie” nel Fascismo

Qualcuno potrebbe obiettare: ma il fascismo è per la Gerarchia identificata nei valori di merito, eroici e spirituali, mentre il comunismo ne è la negazione.
Certamente la weltanschauung del fascismo parte da un principio anti egualitario degli esseri umani e del resto qui non stiamo parlando di comunismo vero e proprio, ma di Guevara, e il “Che”, deciso ad abbattere le differenziazioni economiche e di casta e a dare a tutti le stesse possibilità realizzative, distribuendo equamente le ricchezze del paese e del lavoro, né più e né meno di quello che aveva fatto il fascismo con la RSI, non aveva una visione della vita e del mondo esclusivamente materialista.

E allora anche qui bisogna mettersi d’accordo. Consideriamo quindi il fascismo della RSI il quale ci mostra anche il suo modello di Stato e il tentativo di costituzione delle Istituzioni, pur rimasto in parte incompiuto per la guerra e lasciando perdere il neofascismo conservatore e le sue varianti “evoliane”.
Il fascismo, giustamente anti egualitario, prospetta uno stato organico di gerarchie delle capacità a seconda delle qualifiche personali: quindi capacità tecniche, manageriali, intellettuali, ecc. Sopra di queste le attitudini eroiche e spirituali, ovvero il predominio di quelle specificità e virtù che distinguono le individualità eticamente superiori. Questa è la concezione gerarchica del fascismo, che non ha nulla a che vedere con gerarchie di carattere plutocratico.

Ma attenzione: questa concezione dell’uomo e delle gerarchie, che si configura nella dottrina del fascismo e trova ispirazioni nella sapienza antica (in questo caso ben illustrata e ricostruita da Julius Evola), il fascismo l’ha intesa come punto di riferimento per la realizzazione dello Stato organico non come la vedeva, in senso reazionario, lo stesso Evola che politicamente era rimasto a Metternich..
Il fascismo, fenomeno del XX Secolo, queste indicazioni le configurava in una concezione di comunità social nazionale, adeguata ai tempi moderni, mentre Evola, di fatto, andava poco più in là delle caste e ancora coltivava speranze nelle aristocrazie d’Europa i cui squallidi residui, invece, erano intenti nei loro amorazzi da rotocalco e si dilettavano nei casinò e nelle stazioni termali.

Non a caso Evola non aderì alla RSI sentendo lontano dalla sua concezione l’istituzione repubblicana, i riferimenti ideali a Giuseppe Mazzini e la composizione socialista della società.
Il fascismo, per uno di quei miracoli della Storia, pur venendo, almeno in parte, dal fiume carsico della Rivoluzione francese e del Risorgimento, fenomeni storici di carattere sovversivo e antitradizionale, ne interpretava le necessarie istanze rivoluzionarie e al contempo finiva per riallacciarsi al solco metastorico della Tradizione e ai sui valori.

Questo perché “indietro” non si poteva tornare e il vecchio mondo delle aristocrazie aveva fatto il suo tempo, dissolto dalle leggi del divenire e spesso affogando nel sangue e nella corruzione.
Il fascismo della RSI, inoltre, si era ben reso conto che il sistema gerarchico del ventennio, quello delle “cariche dall’alto”, non aveva funzionato ed aveva espresso gerarchie di buffoni e di approfittatori, palesatesi in pieno il 25 luglio del ‘43.
Mussolini in repubblica disse chiaramente che il fascismo, con la sua Repubblica Sociale, senza scantonare nella democrazia, doveva però trovare una via di mezzo tra le cariche dall’alto e le nomine elettive che pur assicuravano la necessaria critica, sprone e controllo.

Questa concezione di uno stato “Nazional popolare”, con la società socialmente ridefinita in termini di socialismo nazionale e la fine dei privilegi economici di casta o di sfruttamento (nella RSI si progettò anche la riforma del mercato azionario), era stata stroncata dalla guerra che l’aveva poi anche occultata al mondo, ma è in buona parte simile a quella vagheggiata da Guevara e da Castro, non ci sono molte differenze sostanziali, ma soltanto un diverso adattamento nelle specificità storiche, culturali e geografiche dei due paesi e l’uso di un diverso linguaggio di propaganda, a causa delle alleanze del tempo e i diversi presupposti ideali e culturali.

A differenza delle tradizioni, culture ed etnie del nostro paese, per le quali il fascismo ne interpretò la valorizzazione nazionalista e di stirpe, per Castro e Guevara la composizione multietnica della popolazione cubana, non poteva che indirizzarli verso politiche di uguaglianza razziale e convivenza multietnica, ma questo non impediva a Guevara di intuire e capire le profonde differenze tra gli esseri umani, dandocene qualche volta cenni in proposito.

I Fascisti Della FNCRSI

In ogni caso i fascisti della FNCRSI (Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana), fautori di una società socialista, da realizzarsi in ambito nazionale e fautori di una lotta di liberazione nazionale dal colonialismo americano e dalle lobby sioniste, ben valutarono e condivisero la lotta del “Che”.
Non solo onorando nel “Che”, il ruolo rivoluzionario, l’eroe e il combattente, il compagno di lotta contro il colonialismo americano, ma anche condividendone tutte quelle posizioni e istanze politico sociali che trovano similitudine nel fascismo repubblicano.

E’ una comunanza ideale che non ammette ambiguità.
Il fascismo, come recita la sua Dottrina, è pensiero a cui segue l’azione, ed è per questo che non ammette falsi scopi, e non ci facciamo incantare da certi “intellettuali” di destra, parliamo per esempio dello scomparso Giano Accame, missista, già collaboratore del massone Randolfo Pacciardi e della sua Nuova Repubblica, subdolo esperimento politico di marca “strategie stay behnd”, una delle migliori menti della destra, da sempre filo sionista, che poi se ne esce con il “fascismo immenso e rosso” nel tentativo di dare qualche contenuto culturale ad un area di destra priva di tutto.

Potremmo anche apprezzare certi suoi sforzi “intellettuali” per una riscoperta sociale del fascismo, dopo anni di conservatorismo missista, e soprattutto le sue valutazioni di Ezra Pound e Giacinto Auriti, che allargano il discorso economico e sociale, mettendo a nudo la truffa legalizzata della usura internazionale e il signoraggio monetario, ma noi pretendiamo di più, siamo “estremisti”, vogliamo posizioni nette e definitive, non ambiguità e soprattutto coerenza di condotta per la quale il MSI, il filo atlantismo e il filo sionismo, praticati da Accame, sono tradimento del fascismo e degli interessi nazionale e quindi tutto il resto, parti intellettuali compresi, non conta più.

Così come ben poco ci incantano certe onoranze e apprezzamenti, al combattente Guevara da parte di una presunta “destra movimentista”.
Non vorremmo, e Guevara non lo meriterebbe di certo, che una certa “infatuazione” a destra per il “Che”, abbia similitudini con l’infatuazione del destrismo, negli anni ’60 e ’70 per i “mercenari”. Lo ricordiamo.
Quello dei “mercenari” era un “immaginario avventuroso” importato da una certa letteratura e filmografia, una tipologia umana alla quale, nei primi anni ’60, il “Cabaret” del Bagaglino, dedicò una canzone (dedicandone anche una con Gabriella Ferri, non a caso, al “Che”).

Torme di giovani destristi, non solo missisti, sognavano avventure come “mercenari” da qualche parte dell’Africa.
Quella che, al limite, poteva essere una aspirazione avventurosa, riservata a pochissime persone e dettata dalla loro equazione personale ed esistenziale, divenne il classico “sogno di mezza estate” degli insoddisfatti, degli sfaccendati, in genere i più frustrati e potenzialmente “borghesi”, ma oltretutto, questa aspirazione venne sostanziata dai peggiori messaggi politici del destrismo.
A parte il fatto che i “mercenari” della Legione Straniera erano stati i nostri nemici in guerra, tra questi giovani destristi passava il messaggio che i “mercenari”, in genere individui con tendenze criminali, assoldati da multinazionali e governi assassini, fossero una “figura” positiva, da emulare.

Ma gratta, gratta, tutte le ambiguità vengono al pettine e noi le vogliamo stanare indicando appunto la nostra adesione non solo al Guevara eroico combattente e vero rivoluzionario, ma anche al Guevara politico e la sua Repubblica socialista di Cuba.
Come abbiamo accennato, già nel 1967, mentre le destre missiste osteggiavano Guevara e inneggiavano ai Colonnelli greci (pochi anni dopo, senza vergogna, inneggeranno ad Augusto Pinochet), i veri fascisti ex combattenti della RSI, irriducibili nemici del missismo e di tutte le destre, presero netta e decisa posizione su Guevara, così come a favore del Vietnam, dei popoli arabi aggrediti dal sionismo e del popolo palestinese.

Tempo dopo i fascisti Fncrsi realizzarono anche il volantino qui in calce esposto comparando, non a caso, Mussolini e Guevara e prospettando appunto nel “Che” quel “giovane” che, aveva vaticinato Mussolini, avrebbe ripreso il messaggio rivoluzionario e universale del fascismo repubblicano.

Le menzogne del mondo borghese

Prima di riassumere le vicende di Guevara dal momento in cui decise di lasciare Castro e Cuba per incamminarsi nel suo ultimo cammino rivoluzionario, dobbiamo spendere due parole per denunciare e smascherare l’abietto tentativo del potere, dei suoi manutengoli e dei cretini e creduloni di turno, per smitizzare la figura del “Che”, attraverso menzogne e imbecillità varie. Si da il caso, infatti, che il ribellismo rivoluzionario di Guevara, non è mai stato digerito né dagli americani, né da tutte quelle classi e oligarchie che gli furono contrarie.

Il fatto che oggi, il consumismo e il capitalismo più speculativo, siano riusciti a mettere la sua effige sui prodotti di consumo, usandola come réclame, è un altro indice, non causale, della volontà di distruggere questo mito. Un mito che dà enormemente fastidio in vista della creazione di un potere mondiale assoluto e globalizzato che non deve avere reali opposizioni.
Si da il caso, però, che la scelta rivoluzionaria di Guevara, che lo portò a lasciare quella che poteva essere una prestigiosa carriera, gratificante di onori, ai vertici del governo cubano, per perseguire la dura e pericolosa strada delle rivoluzione antimperialista, dimostra da sola tutte le idiozie vomitate in questi ultimi anni, nel tentativo di distruggere il “mito” Guevara, accampando pretese inclinazioni alla vita borghese del “Che” adagiato nelle posizioni di potere raggiunte a Cuba.

Vili attacchi che si basano sull’accatto, spesso interessato o remunerato, di “ricordi” e rivelazioni di soggetti che spuntano dal nulla o dalle miserie della loro storia personale e che fanno il paio con le elucubrazioni di certi giornalisti benpensanti, autentici imbecilli, che mirano a tratteggiare il Guevara come l’esatto contrario del pacifista ed anzi un sanguinario torturatore.
Che Guevara non sia stato un pacifista (e per fortuna!) è un fatto acquisito e positivo, con buona pace dei pacifisti e dei benpensanti, ma non ha neppure senso che ci si sforzi di costruire ogni evento e situazione, magari con informazioni di seconda mano, se non false, per mostrare il “Guevara sanguinario”, visto che stiamo parlando di un rivoluzionario, per anni impegnato in una guerriglia sanguinosa da ambo le parti e nella difesa, non certo facile, della rivoluzione cubana, avvenuta nella riserva di caccia americana e accerchiata da tutte le parti.

Insomma, siamo in presenza delle balorde “ricostruzioni” pseudo storiche, modello “History Channel”, ovvero la storia rivista e manipolata ad uso e consumo dei tossico teledipendenti della società dei consumi. Non meritano di sprecarci altro inchiostro.

Breve riassunto storico

Rievochiamo adesso, alcuni passaggi della lotta rivoluzionaria di Guevara dopo la meravigliosa impresa della liberazione di Cuba, e lo facciamo con la analisi, fatta proprio dai fascisti della Federazione nazionale combattenti della RSI, nella rivista “Corrispondenza Repubblicana” del novembre 1967:
<<[Guevara], ministro dell'Economia e direttore della Banca Centrale, al temine della rivoluzione crede che la cosa più importante sia di costruire lo Stato socialista a Cuba.
È colui che dà maggior impulso alle nazionalizzazioni dei beni statunitensi, e per ciò che riguarda l'attuazione della riforma agraria tenta di impostare un sistema di incentivizzazione ideale, in contrasto in ciò con Fidel Castro che invece vuole degli incentivi di carattere economico.
Col maturare degli eventi, dopo il 1962, mentre si fa sempre più pesante il condizionamento sovietico, Guevara si scontra nelle sue teorie economiche con Fidel e con l'Unione Sovietica (del resto si rende ben conto che sovietici e americani, si scontrano sul piano tattico, ma sono concordi sul piano strategico di controllo del pianeta, n.d.r.).

Voleva spingere l'economia cubana su una strada di forte industrializzazione, ma l'appoggio sovietico presupponeva aiuti limitati per l'industrializzazione e una grossa produzione di zucchero da esportare nei paesi comunisti.
Guevara lascia il Ministero dell'Economia, perde completamente la sua fiducia nell'appoggio «rivoluzionario» dell'Unione Sovietica (parlerà molto raramente dell'URSS, ma questo silenzio, in una certa misura, è molto indicativo), comincia a fare viaggi in alcuni Paesi dell'Asia e dell'Africa. Non crede più nel nazionalismo o «socialismo cubano» di Castro, ma comincia ad intuire un disegno più vasto.
Guevara lascia il Ministero dell'Economia, perde completamente la sua fiducia nell'appoggio «rivoluzionario» dell'Unione Sovietica (parlerà molto raramente dell'URSS, ma questo silenzio, in una certa misura, è molto indicativo), comincia a fare viaggi in alcuni Paesi dell'Asia e dell'Africa.

Non crede più nel nazionalismo o «socialismo cubano» di Castro, ma comincia ad intuire un disegno più vasto.
Nell'aprile del 1964 è ad Algeri a colloquio con Ben Bella. Il «radicale» Ben Bella che concepisce ben altri disegni che quelli rivoluzionari, orientato decisamente su una via riformista e tecnocratica e con in più un progetto di forti legami con il capitale americano, delude profondamente Guevara e gli conferma anzi la sua intuizione sulla logica fine di una rivoluzione a sfondo nazionale.
Ormai ha chiaro in mente che la lotta «anti-imperialista» non può che comprendere un vasto fronte internazionale se vuole avere qualche possibilità di vittoria.

Nei primi mesi del '65 tenta di organizzare la guerriglia nel Congo, ma questa volta è il materiale umano a deluderlo: le bande tribali del Congo non sono addestrabili per nessun tipo di lotta seria e con delle parole più o meno simili lascerà in breve il tentativo nell'Africa Occidentale.
Il viaggio a Pekino e l'esperienza del Vietnam sono quelle che più influenzano il «Che». La Cina aveva condotto tempo addietro un tentativo di collegamento della politica di alcuni Paesi del terzo mondo per tentare su queste basi una lotta internazionalista. Il fallimento del viaggio di Ciu En Lai in Africa aveva fatto scartare definitivamente questa idea, mentre la via della lotta nel Vietnam in una delimitata area di influenza, nella quale si potevano far sentire concretamente un appoggio economico e dei motivi di carattere nazionale e razziale, aveva portato la Cina a restringere l'orizzonte della sua politica, ma ad aumentare l'efficacia della lotta rivoluzionaria.

Il viaggio a Pekino non fece di Guevara un «cinese» come comunemente è dato di pensare, ma anzi fece maturare in lui la presa di coscienza della inutilità dell'internazionalismo a sfondo cosmopolita, e della validità della via delle lotte nell'ambito delle grandi aree nazionali.
Ecco il compiersi del lungo viaggio di Guevara. Da solo, mentre il castrismo aveva
abbandonato la lotta, e i partiti comunisti ufficiali sotto la guida dell'esperienza sovietica si impegnavano sulla via politica subordinando a questa la guerriglia o addirittura, come nel Venezuela, tradendo i guerriglieri, egli gira l'America Latina nel tentativo di riallacciare le maglie della rivoluzione.

L'esperienza vietnamita che cerca di ripercorrere nell'America Latina è l'unica possibilità rivoluzionaria che possa attuarsi nella regione, ma è molto più difficile organizzare la lotta nel continente sudamericano che ai confini della Cina.
Il Vietnam ha grandi aiuti militari ed economici, i guerriglieri sono facilmente riforniti in continuazione e, nello stesso tempo, gli Stati Uniti sono costretti in quella regione ad agire con le mani legate avendo a che fare con delle possibili complicazioni che essi non desiderano e vogliono evitare (il bombardamento della Cina avrebbe come riflesso, quasi certamente, il colpo di stato militare nell'Unione Sovietica con la fine della distensione).

I pochi rivoluzionari sudamericani avevano comunque iniziato a dare grossi fastidi.
In Bolivia era stata occupata una cittadina e nella regione di Vallegrande i rivoluzionari avevano cominciato ad avere un certo appoggio dalla popolazione locale. Nel Venezuela, in Colombia, nel Guatemala la lotta ha degli alti e bassi ma già è impossibile sradicarla.
Non crediamo che Guevara si facesse soverchie illusioni sui risultati immediati della sua azione, comprendeva bene le difficoltà che il movimento rivoluzionario aveva di fronte.
L'importante era tenere deste le coscienze, dare un punto di riferimento per la rivoluzione, mettere in moto il piccolo motore. L'appello che lanciò nei primi mesi di
quest'anno si chiude con queste parole:

“In qualsiasi posto ci sorprenda la morte sia essa benvenuta, purché questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio sensibile, e un'altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi, e altri uomini si apprestino ad intonare il canto funebre con il crepitio della mitraglia e nuove grida di guerra e di vittoria”.
(Corrispondenza Repubblicana N. 13 novembre 1967 – visibile in:

L’ultima lettera del “Che” a Fidel

Fu ad Algeri, il 24 febbraio 1965, che Guevara intervenendo al "Secondo seminario economico sulla solidarietà afro-asiatica" tenne il suo ultimo discorso pubblico internazionale. Disse:
<<"In questa lotta fino alla morte non ci sono frontiere. Non possiamo rimanere indifferenti di fronte a quanto accade in ogni parte del mondo. Una vittoria di qualsiasi nazione contro l'imperialismo è una nostra vittoria, come una sconfitta di qualsiasi nazione è una nostra sconfitta"(… ). "I paesi socialisti hanno il dovere morale di liquidare la loro tacita complicità con i paesi sfruttatori del mondo occidentale">>.

A Cuba ritornò il 14 marzo’65, accolto all'aeroporto dell'Avana da Fidel Castro ed altre autorità.
Un paio di settimane dopo, di Guevara si persero le tracce.
Nell’ultima drammatica e bellissima lettera, scritta a Fidel (ci sono però dubbi che sia stata data integralmente), resa nota da Castro, questi esplicita le sue intenzioni
rivoluzionarie e si “confida” davanti al vecchio amico e compagno di lotta.
Sarà forse un caso, ma parla di rivoluzione, Patria o morte, ma non cita la parola
“comunismo” i cui paesi del socialismo reale, URSS in testa lo avevano profondamente deluso:

<<L'Avana, Anno dell'agricoltura [31 marzo 1965],
Fidel (...) Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente lealtà e dedizione per consolidare il trionfo della rivoluzione. Il mio unico errore di una certa gravità è stato di non aver avuto maggiore fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e rivoluzionario.

Ho vissuto giorni meravigliosi e al a tuo fianco ho provato l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista ha brillato tanto; e sono orgoglioso anche di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare, di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi. Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato per le tue responsabilità alla direzione di Cuba, ed è giunta l'ora di lasciarci.

Facendo un bilancio della mia vita passata, credo di aver lavorato con sufficiente lealtà e dedizione per consolidare il trionfo della rivoluzione. Il mio unico errore di una certa gravità è stato di non aver avuto maggiore fiducia in te fin dai primi momenti della Sierra Maestra e di non aver compreso con sufficiente rapidità le tue qualità di dirigente e rivoluzionario.
Ho vissuto giorni meravigliosi e al a tuo fianco ho provato l'orgoglio di appartenere al nostro popolo nei giorni luminosi e tristi della crisi dei Caraibi. Poche volte come in quei giorni uno statista ha brillato tanto; e sono orgoglioso anche di averti seguito senza esitazioni, identificandomi con la tua maniera di pensare, di vedere e di valutare i pericoli e i princìpi.

Altre terre del mondo reclamano il contributo dei miei modesti sforzi. Io posso fare ciò che a te è negato per le tue responsabilità alla direzione di Cuba, ed è giunta l'ora di lasciarci (...)
Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura ampiamente qualsiasi lacerazione. Sui nuovi campi di battaglia porterò la fede che mi hai inculcato, lo spirito rivoluzionario del mio popolo, la sensazione di compiere il più sacro dei doveri: lottare contro l'imperialismo ovunque esso sia; ciò riconforta e cura ampiamente qualsiasi lacerazione (...).

Che ovunque andrò, sentirò la responsabilità di essere un rivoluzionario cubano e come tale agirò. Che non lascio a miei figli e a mia moglie niente di materiale, ma ciò non mi preoccupa e mi rallegro che sia così. Che non chiedo nulla per loro, perché lo Stato darà loro quel che è sufficiente per vivere ed istruirsi.
Avrei molte cose da dire a te e al nostro popolo, ma sento che non sono necessarie: le parole non possono esprimere ciò che vorrei e non vale la pena di imbrattare altra carta. Fino alla vittoria sempre. Patria o Morte!
Ti abbraccio con tutto il fervore rivoluzionario. Che>>

Cosicchè, dopo un certo peregrinare alla ricerca di realtà rivoluzionarie, Guevara finisce in Bolivia. Probabilmente vi è anche un segreto accordo tra lui e Fidel, a cui il “Che” è sempre legato, ma il capo di Stato cubano, non può compromettersi troppo.
Il resto è noto: il fallimento della guerriglia in Bolivia, la cattura e la morte.

Il ”Che” immolato a Jalta e fregato dai “compagni al caviale”

Considerando il mancato sostegno che venne negato a Guevara dal partito comunista
boliviano" (Mario Monje, segretario del PC boliviano, lasciò il “Che” senza contatti nella zona inadatta per una guerriglia in cui pur lo aveva mandato) e la posizione di non appoggio che dovette assumere Castro, possiamo ben dire che Guevara fu una vittima sacrificata a Jalta, alla spartizione del mondo in due sfere di influenza Usa – Urss e gli accordi segreti per la “coesistenza pacifica” tra loro.

Ma non indifferenti sono state anche le valenze negative, e le sicure delazioni, che poterono venirgli da tutti quegli ambienti europei di “comunisti al caviale”, falsi rivoluzionari, editori e noti gli intrufolamenti, esterni ovviamente, tra gli ambienti della guerriglia di Guevara del regista francese, pseudo comunista, Règis Debray, che sarà anche collaboratore di François Mitterand, ovvero della sinistra francese massonica), altri benestanti neo  radicali o pseudo comunisti e le solite logge massoniche, con epicentro a Praga (reduce dalla Tanzania, Guevara si fermò a Praga, al tempo nell’area di Mosca, ma da sempre tempio di Logge massoniche), tutti ambienti che al tempo “cavalcavano” l’immagine rivoluzionaria di Guevara.

Un mito, questo, che purtroppo tornava utile anche per alimentare certe strategie della tensione a livello internazionale (non è un caso che il mito di Guevara sia stato agitato più che altro dai movimenti trotsckisti, nella loro polemica con l’Urss e come sappiamo inquinati da centrali di intelligence statunitensi e sioniste). Ma un sostegno indiretto a Guevara in quegli anni ’60, tornava utile anche a certe forze che avevano interesse a destabilizzare la vecchia Amministrazione americana al fine di conseguire un passaggio dei poteri, che poi avverrà con il Watergate, in favore di lobby finanziarie, ma non solo, che poi non lasceranno più il controllo degli Stati Uniti.

Dopo il Watergate, infatti, si esaurirono tutte le forme contestative, anche perché venne meno ogni appoggio trasversale (interessato ), si spense tutta la contestazione alla guerra nel Vietnam, il ribellismo, le rivolte razziali, le proteste musicali, la filmografia impegnata in opere di contestazione, ecc.
Insomma è noto che nella storia, quando si verificano fenomeni di rivolta, c’è sempre qualche forza, qualche potere, che segretamente cerca di utilizzarli ai propri fini. Lo stesso, ad esempio, accadde alla Brigate Rosse in Italia, che più di una volta ricevettero l’invito degli israeliani per aiuti e sostegni.

Anche Guevara non poteva sfuggire alla condizione che il suo operato, poteva, transitoriamente e indirettamente, tornare utile a qualcuno. Di certo però chi contrllava una certa sinistra, al caviale o massonica, o trotschista, agitava anche Guevara per turpi interessi, che i militanti ovviamente non potevano percepire. Le collusioni con i Servizi, con le Intelligence occidentali, con le massonerie, non sono un fenomeno che riguarda solo la destra, anche se a destra è talmente diffuso da coinvolgerla praticamente tutta.

Il martirio di Guevara

L'8 ottobre 1967 Guevara ferito viene catturato da forze anti-guerriglia dell'esercito boliviano, coadiuvate da forze speciali statunitensi, a La Higuera, nella provincia di Vallegrande (Bolivia). Il 9 ottobre Guevara venne ucciso nella scuola del villaggio e poi gli amputarono le mani.
Aveva 39 anni essendo nato a Rosario, in Argentina il 14 giugno 1928.
Il suo cadavere venne ritrovato solo nel 1997 e fu portato nel Mausoleo di Santa Clara di Cuba.
Al di là di alcune diverse vedute nella visione della vita e del mondo, noi fascisti repubblicani rivendichiamo il Che Guevara in tutto e per tutto senza sé e senza ma.

Hasta siempre, Comandante!

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Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale Italiana
Sarà un giovane. Io non sarò più. Lasciate passare questi anni di bufera. Un giovane sorgerà. Un puro. Un capo che dovrà immancabilmente agitare le idee del fascismo.
Benito Mussolini,
da «Il testamento politico»

Uno dei nostri obiettivi fondamentali è trovare la formula per perpetuare nella vita quotidiana il nostro atteggiamento eroico. Il guerriero deve tenere una condotta morale che lo presenti come un sacerdote delle riforme che chiede, il guerrigliero deve essere un asceta.
Ernesto Che Guevara
Ovunque ci sorprenda la morte sia essa benvenuta, purchè questo nostro grido di guerra giunga ad un orecchio sensibile, ed un’altra mano si tenda ad impugnare le nostre armi, ed altri uomini si apprestino ad intonare il canto funebre della mitraglia e nuove grida di guerra e di vittoria.
Sinistra Nazionale




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